La corrispondenza privata tra i due maggiori intellettuali di lingua tedesca del secolo scorso, in un’edizione critica corredata da un vasto apparato di commenti e da una doppia biografia.
“Sentimenti? Tristezza, rimorso, amarezza, vergogna. Ho pianto. Ti ho amata molto all’inizio e quando abbiamo preso questa casa. E in un certo senso serberò sempre affetto per te, nel senso di una ferita insanabile. Non siamo stati bravi. Perdonami se includo anche te; nemmeno tu, Ingeborg, sei stata brava.”
Max Frisch a Ingeborg Bachmann, Roma, 2 luglio 1963
Nella primavera del 1958 Ingeborg Bachmann ha trentadue anni. È già nota al pubblico per i suoi versi, fa parte del Gruppo 47 e con il radiodramma Il buon Dio di Manhattan è pronta ad affermarsi come la nuova voce della letteratura austriaca. Max Frisch, vent’anni più grande di lei, già romanziere e drammaturgo di successo, impegnato nella regia di Omobono e gli incendiari, scrive alla “giovane poetessa” esprimendo entusiasmo per la sua opera. La risposta di Bachmann nel giugno 1958 segnerà l’inizio di una corrispondenza che, dal loro primo incontro fino a molto tempo dopo la brusca separazione, testimonia, nelle circa trecento lettere sopravvissute, la vita, l’amore e i travagli di una delle coppie più famose della letteratura di lingua tedesca. Sullo sfondo dell’ambiente artistico tedesco e italiano, evocato dai numerosi soggiorni a Roma, vicinanza e distanza, ammirazione e rivalità, gelosia, pulsioni di fuga e paura dell’abbandono, così come la difficoltà, per due scrittori, di condividere spazi di lavoro e vita di coppia, fanno di questi resoconti autobiografici un documento prezioso per conoscere da vicino vita e opere di due testimoni unici della cultura europea del secondo dopoguerra.